Nel giorno odierno, prima Domenica dopo Pasqua (la precisazione è importante perché nel Calendario riformato nel 1969 è conteggiata come II dopo Pasqua), a Roma, si facevano due stationes: il mattino a San Pancrazio mentre alla sera, per la preghiera vespertina della Vigilia, ai Santi Cosma e Damiano. Secondo un’antica tradizione romana, che data almeno fin dai tempi di san Gregorio magno, le basiliche cimiteriali, a motivo della loro lontananza dall’Urbe, non furono mai prescelte come meta delle processioni stazionali ma, in un giorno solenne come è questo dell'Ottava di Pasqua, in cui tutto ancora parla di inizi e d'infanzia spirituale, si fa eccezione per stazionare presso la tomba di un giovane martire, il quattordicenne Pancrazio. La sua basilica sepolcrale sulla via Aurelia venne eretta dal sardo papa Simmaco (498-514), fu restaurata da Onorio I (625-638) e da Adriano I (772-795). Come a Ravenna sul sepolcro di sant'Apollinare, così a Roma i giuramenti solenni solevano pronunciarsi su quello di san Pancrazio. Questo singolare uso, attestatoci già da san Gregorio di Tours, si conservò almeno fino al pieno medioevo. Presso la basilica, san Gregorio magno istituì una sede di monaci che, per distinguerla da quella dedicata a san Pancrazio al Laterano, fu intitolata al martire Vittore. La devozione romana a san Pancrazio ai tempi del medesimo Dottore della Chiesa valicò i mari, e giunse sino in Inghilterra, ed è noto che i monaci Lateranensi, inviati da san Gregorio alla conversione di quell'Isola, tra le prime basiliche che eressero su quel lontano lido, una ne dedicarono a san Pancrazio, l'antico titolare del loro primo cenobio romano (è nota ancora nell’antica city di Londra/Londinium la St Pancras Old Church).
Secondo l'antico uso romano, coi Vespri di ieri terminava la settimana di Pasqua (attualmente termina con l’Ora di Nona) e perciò la Colletta della messa di ieri voleva ricordare la conclusione della solennità pasquale: «Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui festa paschália venerándo égimus, per hæc contíngere ad gáudia ætérna mereámur» (“Concedi, ti preghiamo, o Dio onnipotente, che noi, i quali abbiamo celebrato le feste pasquali, possiamo giungere per esse ai gaudi eterni”). Quindi oggi i neofiti, al termine della festa, depongono le loro bianche tuniche per riprendere le vesti consuete, e la Chiesa lo ricorda nella Colletta – leggermente simile - della Domenica odierna, la prima di tutto il ciclo liturgico pasquale (che si protrae sino all’Ascensione): «Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui paschália festa perégimus, hæc, te largiénte, móribus et vita teneámus». (“Concedi a noi o Dio onnipotente che, terminate le feste pasquali, ne conserviamo, con il tuo aiuto, condotta e vita”). L'antifona d'introito che precede il salmo LXXX, è tratta dalla prima lettera di san Pietro (II,2), dove invita i neofiti a gustare le dolcezze che il Signore prodiga loro in questo inizio di vita come cristiani: «Quasi modo géniti infántes, allelúia: rationábile, sine dolo lac concupíscite, allelúia, allelúia, allelúia» (“Quasi come bambini appena nati [alla vita spirituale], gustate di questo autentico latte spirituale”). Il versetto è invece tratto dal Salmo LXXX,2: «Exsultáte Deo, adiutóri nostro: iubiláte Deo Iacob» (“Esultiamo in Dio nostro aiuto, rallegriamoci nel Dio di Giacobbe”). La simbologia è molto delicata: quando Dio ci conforta con le sue consolazioni, prendiamole come faceva Giobbe, de manu Domini, così come sono. Se il Signore ci tratta col latte ovvero con dolcezza e delicatezza, come i bambini appena giunti al mondo, non dobbiamo comunque essere sprezzanti, desiderando il cibo più solido e vario degli adulti, come – effettivamente – sogliono fare i bambini immaturi che desiderano imprudentemente e anzitempo cioò che ancora non conoscono bene. E a volte lo fanno, ma pagandone il fio. Il Signore sa quello che meglio ci serve in ogni stato della nostra vita e lo darà a ciascuno secondo il momento di vita, come si fa con i fanciulli e come si vedrà nel proseguimento del Tempo Pasquale, in quello di Ascensione e poi a Pentecoste.
L'epistola di san Giovanni (I,4-10) è specialmente diretta contro le eresie gnostiche del primo cristianesimo che negavano la divinità di Gesù Cristo. Alcune di queste, che avrebbero potuto minare la fede dei novelli battezzati, sostenevano che la natura divina gli si era unita nel momento del suo battesimo nel Giordano, e che lo aveva abbandonato sul Calvario, e per questo si rende necessario ancora una volta richiamare quanto dice la Scrittura sulla Persona di Gesù Cristo e sui simboli del sangue e dell’acqua:
«Caríssimi: Omne, quod natum est ex Deo, vincit mundum: et hæc est victória, quæ vincit mundum, fides nostra. Quis est, qui vincit mundum, nisi qui credit, quóniam Iesus est Fílius Dei? Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Iesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine. Et Spíritus est, qui testificátur, quóniam Christus est véritas. Quóniam tres sunt, qui testimónium dant in cœlo: Pater, Verbum, et Spíritus Sanctus: et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, et aqua, et sanguis: et hi tres unum sunt. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei maius est: quóniam hoc est testimónium Dei, quod maius est: quóniam testificátus est de Fílio suo. Qui credit in Fílium Dei, habet testimónium Dei in se»
(“Carissimi: chiunque è nato da Dio vince il mondo; e la vittoria, che ha vinto il mondo, è la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non chi crede che Gesù è Figlio di Dio? È Lui che è venuto per mezzo dell’acqua e del sangue, Gesù Cristo: non solo nell’acqua, ma nell’acqua e nel sangue. Ed è lo Spirito che lo attesta, perché lo Spirito è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo, e questi tre sono uno. E sono tre che rendono testimonianza in terra: lo Spirito, l’acqua e il sangue: e questi tre son egualmente uno. Se accogliamo la testimonianza degli uomini, dobbiamo accogliere ancora più la testimonianza di Dio, che è superiore, e che ha reso testimonianza al Suo Figlio. E dunque chi crede nel figlio di Dio ha in sé la testimonianza di Dio stesso”).
Come si vede, Pietro insiste, insegnando che il Verbo si è unito ipostaticamente alla natura umana sin dall'istante della sua verginale concezione nel seno di Maria alle parole dell’Angelo, e tutto al Giordano è stato da Dio confermato. Chi conserva questa fede cattolica, nutre in sé stesso la testimonianza di Dio. Il verso graduale è tratto dai Vangeli di Matteo (XXVIII,7) e Giovanni (XX,26): «In die resurrectiónis meæ, dicit Dóminus, præcédam vos in Galilǽam. […] Post dies octo, iánuis clausis, stetit Iesus in médio discipulórum suórum, et dixit: Pax vobis» (“Nel giorno della mia resurrezione, vi precederò in Galilea” […] “Dopo otto giorni, a porte chiuse, Gesù apparve in mezzo ai suoi discepoli, e disse loro: pace a voi”). Questa apparizione solenne il Signore la promise non tanto per gli undici Apostoli, ai quali del resto apparve più volte a Gerusalemme, quanto per tutta la turba dei discepoli e dei credenti, ai quali effettivamente apparve, come ci attesta san Paolo, mentre erano raccolti in numero di oltre cinquecento. L’altro versetto seguente, invece, è aderente al Vangelo odierno (Gv XX,19-31) e ne funge da introduzione:
«In illo témpore: Cum sero esset die illo, una sabbatórum, et fores essent clausæ, ubi erant discípuli congregáti propter metum Iudæórum: venit Iesus, et stetit in médio, et dixit eis: Pax vobis. Et cum hoc dixísset, osténdit eis manus et latus. Gavísi sunt ergo discípuli, viso Dómino. Dixit ergo eis íterum: Pax vobis. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos. Hæc cum dixísset, insufflávit, et dixit eis: Accípite Spíritum Sanctum: quorum remiséritis peccáta, remittúntur eis; et quorum retinuéritis, reténta sunt. Thomas autem unus ex duódecim, qui dícitur Dídymus, non erat cum eis, quando venit Iesus. Dixérunt ergo ei álii discípuli: Vídimus Dóminum. Ille autem dixit eis: Nisi vídero in mánibus eius fixúram clavórum, et mittam dígitum meum in locum clavórum, et mittam manum meam in latus eius, non credam. Et post dies octo, íterum erant discípuli eius intus, et Thomas cum eis. Venit Iesus, iánuis clausis, et stetit in médio, et dixit: Pax vobis. Deínde dicit Thomæ: Infer dígitum tuum huc et vide manus meas, et affer manum tuam et mitte in latus meum: et noli esse incrédulus, sed fidélis. Respóndit Thomas et dixit ei: Dóminus meus et Deus meus. Dixit ei Iesus: Quia vidísti me, Thoma, credidísti: beáti, qui non vidérunt, et credidérunt. Multa quidem et ália signa fecit Iesus in conspéctu discipulórum suórum, quæ non sunt scripta in libro hoc. Hæc autem scripta sunt, ut credátis, quia Iesus est Christus, Fílius Dei: et ut credéntes vitam habeátis in nómine eius»
(“In quel tempo, la sera di quel giorno, essendo chiuse le porte dove erano congregati i discepoli, per paura dei giudei, apparve Gesù e, stando in mezzo a loro, disse: Pace a voi. E ciò dicendo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono nel vedere il Signore. Ed egli disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, così anche io mando voi. E detto questo, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li rimetterete, resteranno non rimessi. E uno dei dodici, Tommaso, detto Didimo [Gemello], non era con loro quando venne Gesù. Ora gli altri discepoli gli dissero dunque: Abbiamo visto il Signore. Ma egli rispose loro: Se non vedrò nelle sue mani il foro dei chiodi e metterò il mio dito dove erano i chiodi e la mia mano nel costato, non crederò. Otto giorni dopo i discepoli si trovavano di nuovo in casa e Tommaso era con loro. Venne Gesù a porte chiuse e stando in mezzo a loro disse: Pace a voi! Poi disse a Tommaso: Infila qui il tuo dito, e guarda le mie mani, e allunga la tua mano e mettila nel mio costato, e non essere incredulo, ma fedele. Tommaso gli rispose: Signore mio e Dio mio! E Gesù gli disse: Tu hai creduto, Tommaso, perché mi hai visto; beati coloro che non vedono eppure credono. Gesù fece ancora, in presenza dei suoi discepoli, molti altri segni, che non sono scritti in questo libro. Queste cose sono state scritte affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché credendo ciò, abbiate vita nel suo nome”).
La pericope evangelica, come letto, narra di due distinte apparizioni di Gesù agli Apostoli: la prima, nella sera stessa di Pasqua, quando istituì il Sacramento della Confessione, l'altra otto giorni dopo, quando volle che Tommaso toccasse con mano le sue piaghe. Nota I. Schuster come significativo sia che stata accordata agli Apostoli la podestà di rimettere i peccati proprio il giorno stesso della resurrezione del Cristo. Quello era un giorno di trionfo, e perciò ben si conveniva che in esso la divina misericordia istituisse il Sacramento che viene a rimuovere da questa terra il lutto ed il pianto, e richiama i peccatori a nuova vita risanando persino i loro corpi. A memoria di questo, del resto, anche adesso la Chiesa vuole che i fedeli innanzi di partecipare al Sacramento Pasquale ottengano dal sacerdote l'assoluzione sacramentale delle proprie colpe. Nel linguaggio del nostro popolo, che però è così espressivo e riflette una profonda educazione cattolica, l'accostarsi in occasione della santa Pasqua a questi due Sacramenti uniti, si dice “fare il precetto di Pasqua” tanto stretto è il nesso tra la resurrezione del Signore e la riconciliazione sacramentale dei penitenti, un autentico passaggio a nuova vita (in antico la riconciliazione dei pubblici penitenti avveniva appunto il Giovedì e il Venerdì Santo e ancora oggi l’adempimento del cosiddetto precetto pasquale è richiesto tra la Settimana Santa e tutta l’Ottava di Pasqua, proprio il periodo che copre la sequenza evangelica odierna che unisce la penitenza e la remissione e il perdono dei peccati alla rinascita e alla gioia della resurrezione). La seconda apparizione di Gesù nel cenacolo avvenne per confutare lo scetticismo di Tommaso, e questo passo è scelto ancora in ottica anti-gnostica (per gli gnostici il sacrificio e la resurrezione di Cristo non avevano grande importanza perché il suo “spirito” era superiore alla carne). Per credere, egli voleva toccare materialmente, eccedendo forse di incredulità dopo tutto ciò che aveva visto e udito, ma Dio permise questo perché poi la dimostrazione che ebbe lui servisse a curare l'incredulità di tutte le future generazioni sino ad oggi, specialmente con il perenne ricordo dell’aureo inciso finale: «Beati qui non viderunt et crediderunt». La resurrezione del Signore non lascia, del resto, alcun dubbio: essa prima che fosse creduta, fu veduta, fu anzi ‘esperita’ da persone preoccupate, dispiaciute e tutt'altro che propense ad ammetterla (tranne – per pia tradizione – da Maria Santissima).
Il verso offertoriale è identico a quello del lunedì di Pasqua (Mt. XXVIII,2; 5-6): «Angelus Dómini descéndit de cœlo, et dixit muliéribus: Quem quǽritis, surréxit, sicut dixit, allelúia» (“L’angelo del Signore discese dal Cielo e disse alle donne: chi cercate è risorto, come aveva detto, alleluia”). Nella Colletta sulle oblate si chiede al Signore di gradire il sacrificio della Chiesa esultante, supplicandolo a far sì che il gaudio pasquale si converta nel pegno di quel gaudio imperituro, che ci attendiamo dopo questa vita: «Súscipe múnera, Dómine, quǽsumus, exsultántis Ecclésiæ: et, cui causam tanti gáudii præstitísti, perpétuæ fructum concéde lætítiæ» (“Ricevi Signore i doni della Chiesa esultante e, a coloro cui hai dato causa di tanta gioia, concedi il frutto dell’eterna letizia”). Nell'antifona per la Comunione si ripetono le parole di Gesù a Tommaso ma da Gv. XX,27: «Mitte manum tuam, et cognósce loca clavórum, allelúia: et noli esse incrédulus, sed fidélis, allelúia, allelúia». Partecipando del Sacramento, anche noi facciamo esperienza per mezzo della fede delle piaghe delle mani e del costato di Gesù, e confessiamo la sua resurrezione, in quanto crediamo fermamente che quelle carni di cui ci nutriamo spiritualmente sotto la specie del pane consacrato, non sono già più le carni del cadavere d'un crocifisso, ma è il corpo glorioso di un Dio incarnato e immolatosi per noi, risuscitato e vivente. La Colletta dopo la Comunione, infine, ha un carattere generico e lascia spazio per la meditazione personale, nella sua concisione tipicamente romana: «Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti; et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum» (“Fai o Signore Dio nostro che i sacrosanti misteri, che tu hai dato a difesa del nostro rinnovamento, ci siano rimedio e nel presente e nel futuro” - al lettore attento non sfuggirà la somiglianza della parte finale con l’Antifona al Magnificat composta da san Tommaso d’Aquino nel XIII secolo per l’Ufficio della Festa del Corpus Domini: «O sacrum convivium, in quo Christus sumitur: recolitur memoria passionis ejus: mens impletur gratia et futurae gloriae nobis pignus datur» (“O Sacro Convivio in cui ci nutriamo di Cristo: si fa memoria della sua Passione, la mente è ricolma di Grazia e ci è donato il pegno della futura gloria”).
Il complemento musicale per una festa e per un rito così importanti, nel nostro caso, contempla pezzi di grande bellezza. L’Ordinarium Missae è di Claudio Monteverdi, specificamente la Messa a quattro voci pubblicata nella Selva morale e spirituale nel 1641, che rappresenta un esempio particolarmente significativo della fase matura della sua produzione sacra, in cui convivono tradizione polifonica e linguaggio moderno, fusi insieme come è nello stile del periodo veneziano dell’Autore cremonese, con una tale maestria e amabilità che ben si accordano alla celebrazione odierna, dove la liturgia accoglie i neofiti e ancora li considera bambini, trattandoli spiritualmente con la cortesia del latte spirituale, gentile per l’anima ma sostanzioso. La Messa è scritta per quattro voci (SATB), senza l’impiego di strumenti obbligati, il che la distingue da altre composizioni sacre concertate più complesse della raccolta e la lega al modo antiquo che tanta importanza ebbe nella formazione del compositore. Un delicato accompagnamento al canto è comunque oggi presente, con organo e tastiera. Lo stile è, come accennato, adatto al giorno solenne della Domenica Quasi modo geniti: il contrappunto è rigoroso, l’espressività è pur sobria, non si trova lo sfarzo veneziano. Tuttavia, il gioco imitativo che contraddistingue lo stile e la sensibilità monteverdiani del modo novo che egli tanto sostenne (anche se per il genere delle Missae non abbiamo sufficiente materiale giunto sino a noi), non mancano. Ancora. L’ armonia è marcatamente più studiata, è vero, come noterà l’esecutore ma anche lo studioso e l’orecchio attento dell’ ascoltatore, ma la libertà ponderata nel declamato e nel gioco imitativo rende il lavoro più flessibile e adatto anche ad altre solennità liturgiche sulla stessa linea di quella odierna. Non deve essere stata composta per una grande solennità, ma per una cerimonia raccolta e di solenne serietà, e per questo qualcuno suggerisce – senza prove – che sia la Messa composta per la cessazione della peste veneziana del 1630-1631. E proprio per questo, per questa vicinanza allo stile musicale e alla lezione liturgica post-tridentina di Palestrina, rivista con sobria modernità e approssimanza al barocco, rappresenta una scelta eccellente, specialmente quando – nonostante la solennità della giornata e l’importanza del luogo di esecuzione – non si può o vuole mobilitare un grosso numero di esecutori e strumentisti o eseguire con eccessivo sfarzo, che non si addice alla liturgia odierna. Peculiarità particolarmente apprezzabile di questa Messa è un maggior impiego dell’omofonia che sottolinea ed evidenzia certi passaggi specialmente del Gloria e del Credo, con rara sensibilità liturgica. In Monteverdi, del resto, convive una doppia anima. È il pontifex principale tra “modo antico” rinascimentale e barocco rutilante, e integra questi due aspetti contigui con una polivalenza leggera e spontanea, tipica dell’eclettismo del genio, che produce senza quasi pensare.
Nella Selva monteverdiana, uno scrigno di tesori da cui ci auguriamo di poter trarre ancora di più, è presente anche un Regina Caeli a tre voci, ma non è quello che sarà eseguito. Si tratta dell’Antifona propria del Tempo Pasquale, del breve Tempo dell’Ascensione e che si canta sino a Pentecoste. La melodia impiegata è quella tradizionale (leggermente semplificata nel XVIII secolo), e si tratta di una delle antifone mariane più belle e giubilanti, serena e luminosa e per il testo e per l’uso del VI Tono gregoriano. Le altre antifone, secondo l’ultimo Codice delle Rubriche (1960) sono Salve Regina (dai I Vespri della Domenica I dopo Pentecoste/SS.ma Trinità sino ai I Vespri della prima Domenica di Avvento esclusi), Ave Regina (dalla Purificazione di Maria Santissima compresa sino al Mercoledì Santo), Alma Redemptoris Mater (dai I Vespri della prima Domenica di Avvento sino al 1° febbraio incluso. Talvolta, per sostituirle tutte tranne quella pasquale, si canta sempre la Salve Regina o l’Ave Maria in forma brevior. Come spesso accade per i canti liturgici più caratteristici, esiste una tradizione leggendaria che vorrebbe spiegarne le origini. Secondo una pia credenza, l’antifona sarebbe stata eseguita nella sua prima parte da angeli, che volteggiavano attorno alla sommità della mole adriana a Roma, durante una processione penitenziale per la cessazione di una pestilenza, guidata da san Gregorio Magno. In quell’occasione apparve anche san Michele nell’atto di rinfoderare la spada, per dare avviso ai fedeli e al pontefice della cessazione dell’epidemia. L’episodio potrebbe essere verosimile per via dell’epidemia, ma non per il resto (secondo alcuni studi il pontefice potrebbe essere Gregorio V – 996-999 – che il Liber pontificalis associa al primo di questo nome per pietà, carità e devozione). Del resto, lo stesso Gregorio I, sempre attento a registrare eventi soprannaturali che hanno riguardato lui o l’Urbe prima e durante il suo pontificato (590-604), nei suoi scritti non ne fa cenno. Lo stile dell’antifona è pienamente medievale nel testo e leggermente tardo nella melodia (neumi e melismi semplici, ritmo misurato e sobrio rispetto degli accenti – confrontabili con altre melodie del XII secolo poi ‘restaurate’), e il suo latino può essere ascritto serenamente a quello liturgico dei secoli X-XI, probabilmente di ambito monastico anonimo come è spesso comune per composizioni del genere. Nondimeno, è diventata una delle più amate dal popolo cristiano ed è ancora oggi la melodia liturgica più riconoscibile del Tempo di Pasqua specialmente da quando Benedetto XIV, nel 1742, ne ordinò l’uso nel Tempo pasquale in sostituzione dell’ Angelus Domini: «Regina caeli, laetare, alleluia, quia quem meruisti portare, alleluia, resurrexit, sicut dixit, alleluia. Ora pro nobis Deum, alleluia». L’antifona è anche parzialmente citata da Dante nel XXIII canto del Paradiso (vv. 121-128), con un lessico molto simile a quello in uso nella liturgia odierna:
«E come fantolin che 'nver' la mamma
tende le braccia, poi che 'l latte prese,
per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;
ciascun di quei candori in sù si stese
con la sua cima, sì che l'alto affetto
ch'elli avieno a Maria mi fu palese.
Indi rimaser lì nel mio cospetto,
`Regina celi' cantando sì dolce,
che mai da me non si partì 'l diletto».
Marcello Derudas
Marcello Derudas è uno storico e ricercatore specializzato in età tardo-antica e medievale, con particolare attenzione al primo millennio cristiano e alle sue espressioni storico-artistiche, linguistiche, filologiche, liturgiche, archeologiche e antropologiche. Si è laureato in Filosofia all’Università di Sassari con Emanuele Vimercati (Pontificia Università Lateranense) con una tesi sui fondamenti filosofici della teoria musicale tardo-antica nel De Musica di sant’Agostino. Nel medesimo Ateneo ha consolidato una formazione specialistica multidisciplinare che comprende studi archivistici, demoetnoantropologici, biblioteconomici, filologici e competenze nella gestione e nel management dell’industria culturale, arricchita da soggiorni di approfondimento presso le Università di Edimburgo, Lugano e Barcellona. Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Archeologia, Storia e Scienze dell’Uomo presso l’Università di Sassari, con una tesi dedicata all’esegesi delle fonti storiche relative a Roma e alla Sardegna tra VIII e XIV secolo. Continua....
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